|
L'ambiente olivato |
pagina a cura di: Corinna Angelucci |
|
|
foto:Michelangelo Spadon
|
panorama Trevi |
foto: Corinna Angelucci |
|
sez.1- il mito sez.2 - la pianta sez.3- l'ambiente olivato sez.4- la potatura sez.5- la raccolta sez.6- il frantoio sez.7- il magazzino sez.8- la conservazione
sez. A- l'olivo e il sacro sez. B- la gelata sez. C- la luce
|
L’ambiente di Trevi, come oggi lo vediamo, ovvero caratterizzato da una dominante coltivazione dell’olivo, è il risultato di cure , attenzioni e interventi che hanno permesso di mettere a frutto anche zone apparentemente inaccessibili. Per questo ambiente si parla di fascia pedemontana, ossia quell’altitudine compresa tra i 300 e i 500 mt. s.l.m. che prende il nome dal fatto che è la zona che in genere fa da raccordo tra pianura e montagna. Il terreno qui è composto da un suolo agrario poco profondo, che poggia, per la maggior parte, sul così detto “scoglio”, ossia pietra derivante dalla disgregazione di rocce calcaree che scendono a valle in seguito a fenomeni crioclastici (disgregazione delle rocce causati da ripetuti fenomeni di gelo e disgelo). Da secoli lungo la fascia collinare sono stati messi a dimora i pjantuni (gli alberi di ulivo), che cussì dai trevani si nominano, all’interno di spazi chiamati chjuse. Sono appezzamenti di terreno disposti a còsta (in pendenza), su terreni generalmente aridi, drenanti, sassosi o rocciosi dove cresce lu pjantune de scòjju , tipico piantone della costa di Trevi. All’interno della chiusa, in antico, le piante erano messe a dimora nei formoni (buche singole o trincee) in maniera casuale, secondo la morfologia accidentata dei terreni o l’irregolarità degli affioramenti rocciosi, poi è invalsa la tendenza a disporre le piante a ffilaru (allineamento a filare) o a squadru (a distanza di circa 5-6 metri). Nei terreni fortemente scoscesi i patronali (i proprietari della chiusa) facevano costruire da operai specializzati dei muritti a ssiccu, realizzati sovrapponendo a secco le pietre del luogo, che avevano la funzione di contenere la terra di riporto a formare le pjanette o peate (terrazze pianeggianti). In funzione dell’andamento dei muretti sul terreno si hanno: le lunette (terrazze semicircolari), le terrazze (con muretti di contenimento rettilinei) ed i ciglioni, ripiani di terreno senza uso di opere murarie. La chiusa, secondo gli statuti del XV-XVI secolo, era un appezzamento ad olivi di proprietà privata e con un numero di piante stabilito dai regolamenti comunali. I tèrmini (confini) della chiusa erano costituiti da un surgu (solco) da muri a secco, siepi o mucchjji de tèrra posti agli angoli dell’appezzamento. Nella chiusa, ove il terreno era poco scosceso, era praticata la coltura promiscua, con il grano (terreno arativo-olivato), il foraggio (sodo olivato) e vi potevano andà a pparà e pècore (pascolare le pecore), che avevano la doppia funzione di lasciare pulito il terreno e contemporaneamente concimarlo. Le giovani piante di olive venivano coltivate nei pàstini, luoghi riparati e protetti dai danni degli animali, ubicati generalmente negli orti interni alle mura della città o delle case “murate”. Qui si producevano delle piccole piante di olivo con il sistema delle poccétte (frammento di legno di olivo) ricavato da lù pecòne (legno fra il fusto e le radici), che veniva piantato nello scassato reale (terreno ben dissodato), metodo denominato per pollone radicato. Dopo tre anni da ogni poccètta si ottenevano tre o quattro germogli che, rimossi dal terreno, potevano essere piantati nell’oliveto. Qui per proteggerle dal passaggio degli animali che le potevano scacchjà, vuttà jjù o smoccecà (spezzare, abbattere o mangiucchiare), venivano costruite le canestrèlle. Erano costituite nella parte alta da un cerchio di legno a cui erano legati degli spinilli tutt’atturnu (piante spinose selvatiche). L’insieme veniva poi legato a lu palu de castagnu o d’ornèllu (palo tutore). Queste caratteristiche sono quelle che permettono lo sviluppo dell’olivo, un terreno del genere infatti è molto permeabile ma permette all’acqua di defluire velocemente verso valle, impedendo che l’umidità si conservi troppo a lungo; inoltre l’altitudine impedisce che la pianta sia aggredita da alcuni parassiti molto dannosi (quali ad esempio la mosca, che depone le uova nel fiore guastando il frutto). Per contro la fascia pedemontana presenta dei limiti di una certa importanza: innanzitutto il suolo è spesso molto scosceso ai limiti della praticabilità, inoltre, elemento ben peggiore, le basse temperature che si raggiungono in alcuni periodi dell’anno causano periodicamente il fenomeno della “gelata”. Per quanto riguarda la pendenza del terreno il problema è stato risolto, nel corso dei secoli, adattando gli scoscesi pendii alle necessità dell’uomo, realizzando ripiani artificiali con ciglioni, terrazzamenti e lunette (piccole terrazze delimitate da muretti a secco di forma semicircolare al cui interno si trova l’olivo). La gelata rimane invece un nemico pressoché invincibile, sinonimo da queste parti di massima sventura, poiché secca la pianta e non lascia altra scelta che quella di abbatterla, mantenendo solo le radici affinché queste possano poi germogliare nuovamente; non a caso gli olivi di queste zone non raggiungono mai grandi dimensioni (come ad esempio gli olivi pugliesi), proprio perché periodicamente arriva il gelo che li costringe a ripartire da zero.
testi pannelli museo
civiltà ulivo a cura di: Giulio Strappini - Dino Sperandio |
panorama Trevi
|