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La pianta d'olivo |
pagina a cura di: Corinna Angelucci |
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foto:Michelangelo Spadoni |
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foto: Corinna Angelucci |
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sez.1- il mito sez.2 - la pianta sez.3- l'ambiente olivato sez.4- la potatura sez.5- la raccolta sez.6- il frantoio sez.7- il magazzino sez.8- la conservazione sez. A- l'olivo e il sacro sez. B- la gelata sez. C- la luce
ulivo innevato |
L’olivo, denominato in botanica Olea europaea, appartenente all’ordine delle ligustrales famiglia delle Oleacee, è la sola fra le varie specie della sezione Euelae a produrre frutti commestibili dette drupe. Nella classificazione botanica si distingue in due gruppi: quello degli olivi selvatici (oleaster o silvestris), caratterizzati dai rami intrecciati con piccole foglie e frutto, e quello degli olivi coltivati ( sativa o communis ) con foglie lanceolate e frutti di varia dimensione. Quest’ultima varietà cresce su terreni sabbiosi o arenacei ma predilige i terreni sciolti o di medio impasto, freschi e ben drenanti, di natura calcarea in zone anche molto scoscese. Si sviluppa in ambienti miti; l’aria calda e la terra troppo umida o troppo arida ne limitano la produttività. Non sopporta le basse temperature, soffre anche in condizioni ambientali di poco sotto lo zero, causando anche la perdita di vitalità della stessa specie arborea. E’ una pianta assai longeva che può raggiungere anche i mille anni grazie alla sua capacità di autorigenerarsi dalla ceppaia attraverso i polloni che crescono direttamente dalle radici. Nell’area mediterranea esistono più di 1000 tipi genetici di olivo. In Italia sono presenti circa 500 cultivar di cui le più diffuse sono la Coratina della Puglia, la Frantoiana della Toscana, la Rosciola del Lazio, la Taggiasca o Lavagnina della Liguria. La disposizione degli oliveti lungo la fascia climatica ideale, su terreni pedemontani aridi e permeabili, è una condizione che favorisce una lenta maturazione del frutto delle varietà tipiche dell’Italia centrale: Dolce Agogia (Trasimeno), San Felice (Giano dell’Umbria, Gualdo Cattaneo, Montefalco), Frantoio, Leccino, Maurino, Moraiolo, Pendolino (Regionale), Nostrale di Rigali (Gualdo Tadino), Rajo (Colle Amerini). Questa lenta maturazione conferisce poi all’olio umbro caratteristiche di etereogenità che si esplicano nei diversi dop Umbria – Colli Assisi-Spoleto, Colli Martani, Colli Amerini, Colli del Trasimeno, Colli Orvietani. Lungo la còsta fra Spoleto ed Assisi, su terreni anche fortemente scoscesi, crescono li pjantuni de scòjju disposti a ppacu o a ppacime (a mezzogiorno) per resistere meglio alle basse temperature. Fra gli olivi più diffusi c’è lu murajòlu (cultivar Moraiolo), detto anche nerina. E’ una pianta resistente ai venti, dalla chioma folta con i rami che salgono verso l’alto, il frutto è di modeste dimensioni (1,5‑2 g), rotondeggiante e simmetrico di colore nero‑violaceo opaco. Cresce bene su terreni rocciosi, fa su lu scòjju, ed è molto apprezzato per l’olio che vi si ricava. All’interno della stessa chiusa (tenuta recintata) si trovano, disposte in modo causale, altre specie fra cui i bbastarduni (olivi selvatici), che, secondo la tradizione, aiutavano l’impollinazione degli altri olivi. Per migliorare la qualità dell’olio si piantava lu leccinu o licinu (cultivar Leccino), albero dalle foglie grandi e dalla chioma larga con i tipici rami pendenti verso il basso. I frutti, di solito riuniti a gruppi di 2/3, sono di media pezzatura (2-2,5 g), di forma ellissoidale, leggermente asimmetrici, con apice arrotondato e base appiattita, di colore nero-violacei, si prestano ad essere utilizzati anche per il consumo da tavola. La pianta resiste bene al freddo ma certamente non alla catavèrna, cioè al freddo intenso e prolungato, quando, per far rinascere le piante morte, si scrociona lu pjiantone (si segano alla base tutti i rami principali), oppure si sega il fusto della pianta al di sopra della linea vitale, lasciando lu pecòne (la base della pianta) da dove l’olivo po’ rcaccià (può di nuovo germogliare). Insieme al Moraiolo ed al Leccino fiorisce Lu frantòjju (cultivar Frantoio), pianta presente in tutta l’Umbria fin dal medioevo, dalla produttività molto elevata. Allo stesso modo altra varietà molto diffusa è il Rajo o Ragghju, simile nella forma al leccino con cui si confonde, produce drupe di colore nero dalla forma allungata con sfumature rossastre. Ha la caratteristica di produrre olive ad anni alterni, cioè stacionegghjàono, ma questo era dovuto essenzialmente ai vecchi sistemi di potatura. Con i frutti de l’ulìa ragghju, raccolti a maturazione incompleta, quando erano ancora bianche, si facevano le olive da tavola, l’ulìa ragghju se magna vjancu.
testi pannelli museo
civiltà ulivo a cura di: Giulio Strappini - Dino Sperandio |
foto: Michelangelo Spadoni
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