museo civiltà ulivo

La potatura

pagina a cura di: Corinna Angelucci

foto:Michelangelo Spadoni

nuovo allestimento museo civiltà ulivo

foto: Corinna Angelucci

 

 

sez.1il mito

sez.2la pianta

sez.3l'ambiente olivato

sez.4-   la potatura

sez.5 la raccolta

sez.6 il frantoio

sez.7 il magazzino

sez.8 la conservazione

 

sez. A-   l'olivo e il sacro

sez. B-   la gelata

sez. C-   la luce

 

 

La potatura è il procedimento attraverso il quale gli alberi vengono sfrondati dei rami in eccesso per migliorare la produttività e per facilitare gli interventi sulla pianta.

Considerata fin dall’antichità una vera e propria arte, la potatura riveste una notevole importanza tra gli infiniti accorgimenti e cure necessarie per ottenere un prodotto soddisfacente sia dal punto di vista qualitativo che quantitativo, fa parte di quelle che una volta erano dette attività di custudizzjòne (cura) che un olivicoltore deve adempiere durante l’anno insieme a concimazione, zappatura ed innesto.

La potatura de sòpre (potatura di produzione)  iniziava subito dopo la raccolta delle olive, da febbraio fino alla fine di marzo, non oltre perchè sennò lu pjantòne s’arzènte (altrimenti la pianta inizia il nuovo ciclo vegetativo). La potatura, detta anche a rcriscimèntu nòu (di nuova crescita), causava inizialmente una diminuzione del raccolto per cui era praticata  ogni due anni in modo da garantire un anno di buon raccolto. Per garantire la continuità della produzione i pjantuni se spartiscono cioè si potavano annualmente ad appezzamenti. I putatori (potatori) tenevano  la pianta vassa (bassa) eseguendo una potatura a ggaròfunu (a garofano) o a ccòccia (goccia) in modo che e punte vònno spuntate perché sennò pìjjono tròppa callanza  (le punte siano spuntate altrimenti vanno troppo in alto) e rimanga solo nà puntarella (una punta sottile) a guidare la crescita della pianta. Inoltre era necessario tagliare i rami troppo ingombranti in modo da sfurdì (sfoltire) schjarì (aprire) o spattumà u piantone per favorirne il soleggiamento e la crescita dei rami  tanto che tòcca spattumà bbène perché tra na frasca e n’antra ce dée passà nà palòmma (bisogna sfoltire bene tanto da far passare una colomba in volo fra un ramo e l’altro). Operazione che richiedeva molta esperienza per non lasciare na finèstra troppo gròssa nella chioma che avrebbe recato danno alla pianta.

Nel triste caso della catavèrna (gelata), quando i piantoni si seccavano per il freddo, era necessario scoronà o scrocionà lu piantone cioè segare radicalmente alla base tutti i rami principali, lasciando solo u ceppecòne (un fusto), in modo da fà rcaccià  (far rinascere) nuovi germogli.

La stabbiatura (concimazione) veniva fatta con lu stabbju (letame di pecora) o con lu palumbinu (guano di piccione). Il concime era trasportato nelle chiuse con i sacchi n còsta a ssòmma  (con i sacchi a dorso d’asino); ogni sacco era sufficiente a concimare 6 o 7 olivi. Trasportato il sacco a spalla vicino alla pianta, con la zappa veniva fatto n zurghittu a mmèzzalùna da la parte a mmònte (un solco nella parte a monte del fusto della pianta) che veniva  rrimpitu cò lo stabbju che ppua s’ammantàa pe non fallu svapora (riempito con il concime e poi coperto con la terra per consentirne la maturazione ).

Il lavoro di zzappatura , utile per favorire le radici e ripulire l’oliveto dalle erbe infestanti, veniva eseguito in primavera quando a ttèrra è fresca e non quando ce sta a sciucca (quando il terreno è arido e duro). Era eseguita, dove possibile, con l’arato o lu vòrdarécchje, negli altri casi con la zzappa o zzappòne a ffòrza de pènna e dde pizzu (usando la parte appuntita e tagliante della zappa).

Ancora oggi le tecniche e gli scopi della potatura sono gli stessi: la crescita regolare e produttiva di una pianta di olivo; sarebbe inutile irrigare o concimare un albero se un eccessivo numero di rami o una loro errata disposizione impedisse alle foglie l’esposizione ai raggi solari o una corretta ossigenazione, le foglie, infatti, sono il laboratorio biochimico dell’olivo, e da loro, grazie al processo della fotosintesi clorofilliana, l’albero trae parte del nutrimento necessario alla gemmazione e successiva fruttificazione.

            In definitiva occorre «costruire» un albero con chioma espansa, che risulti illuminata in ogni parte e che abbia la maggior quantità della fronda fruttificante vicina a terra per facilitare la raccolta, che in queste zone avviene ancora prevalentemente con tecniche manuali, abbattendo così i costi di produzione.     

Queste sono le indicazioni di massima, la loro applicazione però è molto soggettiva, come in ogni arte appunto, e durante il periodo della raccolta delle olive, nascono immancabilmente tra gli anziani discussioni, a volte anche abbastanza accese, in merito al migliore o peggiore metodo di potatura dell’una o dell’altra tenuta.

testi pannelli museo civiltà ulivo a cura di: Giulio Strappini - Dino Sperandio