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Il magazzino dell'olio |
pagina a cura di: Corinna Angelucci |
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foto:Michelangelo Spadoni |
nuovo allestimento museo civiltà ulivo (foto M.Spadoni) |
foto: Corinna Angelucci
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sez.1- il mito sez.2 - la pianta sez.3- l'ambiente olivato sez.4- la potatura sez.5- la raccolta sez.6- il frantoio sez.7- il magazzino sez.8- la conservazione
sez. A- l'olivo e il sacro sez. B- la gelata sez. C- la luce
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Dopo la raccolta, le olive vengono portate al frantoio per essere macinate. Oggi si cerca di compiere questa operazione nel più breve tempo possibile, lasciando cioè trascorrere il minor intervallo tra il momento della raccolta e quello della spremitura. Si procede in questo modo poiché, come tutta la frutta, anche l’oliva una volta staccata dal ramo inizia un processo di degradazione chimica e fisica che rischia di compromettere le qualità del prodotto finito. Anticamente però il procedimento era esattamente inverso, le olive venivano infatti lasciate riposare a lungo prima di essere macinate, questo, si diceva, ne migliorava il sapore, indubbiamente, avanzando il grado di maturazione, ne aumentava anche la resa, motivo forse alla base dell’utilizzo di tale tecnica. L’oliva veniva trasportata dalle chjuse al mulinu (frantoio) con vari mezzi: se la strada lo consentiva si impiegava lu carru, carro di legno trainato da buoi, se il trasporto avveniva lungo gli stradilli (sentieri di pendio) ci si affidava a lu mularo o al somararu (persone addette al trasporto delle merci a dorso di mulo o di somaro). A questi era affidato il trasporto de li sacchi (sacco lungo 150 cm. contenente fino a 120 kg), che avveniva nò a bbastu ma a pilù (pelo) o bardella (sella) cioè disposti direttamente in equilibrio sul dorso dell’animale e legati con lo straccale (cinghia larga di cuoio) sulla parte anteriore o posteriore della bestia da soma in funzione della pendenza della strada. Il carico, arrivato al molino, entrava nell’olivaro o magazzeno (magazzino) posto nel vano soprastante la stanza del frantoio. Con la bascula (bilancia) si valutava il peso del sacco di olive che poi venivano conservate ammattònate (stese a riposo sul pavimento in mattoni) per circa 10-20 giorni, fino alla completa maturazione. Qui l’ulìa se facìa nfocà (si creava uno strato di circa 30 cm di altezza di olive che serviva ad alzare la temperatura del frutto) per ottenere, secondo l’uso del tempo oggi sconfessato, un olio di sapore migliore. Trascorso il tempo necessario le olive con lu palone (pala) di legno si caricavano nel telarino (tavolo inclinato con piano di canne) dove i ragazzi erano addetti a togliere le foglie che erano mischiate alle olive. Da qui le olive entravano nella carretta (cariola con ruota di legno) che aveva un foro in basso per poter scaricare agevolmente le olive direttamente dentro la trocca (tramoggia) che portava l’oliva nella vasca della macina. testi
pannelli museo civiltà ulivo a cura di: Giulio Strappini - Dino Sperandio |
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